mercoledì 22 gennaio 2014

Cara Claudia,

scrivo per dimostrare – forse non solo a te – che questo posto non è un luogo ameno per discorsi politici. La politica – sentivo oggi da uno scrittore che pure amai – è l’immediato riferimento della mente umana alla realtà…come scelta verso e con gli altri. Ma alla base di tutto ciò – scrivo meglio perché non mi pare essere questa espressione consona alla tua eleganza – dicevo il presupposto immutabile – oserei dire trascendentale se non avessi anche i fessi a leggermi – di qualsiasi relazione Io – Tutto è: Io – Tu. Che, se avessi voglia di cimentarmi con una strana logica della contraddizione – cosa che Tu mai facesti in questi e in quei tempi infami – ecco direi: Io – Tu include la relazione Io – Tutto. La contiene come suo fondamento. Ma, giusto perché si ha voglia di scherzare: la relazione Io – Tutto è l’unica presente mentre il suo fondamento – Io – Tu – non è propriamente visibile. Parafrasando il Filosofo aggiungerei: nella relazione Io – Tutto è nascosto il Tu come eccedenza semantica di un rapporto che invoca il suo senso. Fino all’estremo, fino all’estremità del dire e del pensare, fino all’estrema invocazione del Nome. [Non correggo, non vale la pena sfigurare il gioco con la lente della sintassi, Claudia.]

martedì 21 gennaio 2014

Scissione nel PD?

La storia della “sinistra” è anche il racconto a volte drammatico altre comico di ricorrenti scissioni. Parafrasando Lenin: l’infantilismo della sinistra – non tutta…per fortuna – risiede nell’innata vocazione a scindersi, dividersi, differenziarsi…da se stessa. [Appare chiaro che per inquadrare l’errore iniziale di siffatto atteggiamento andrebbero – almeno – richiamate le pagine che Giovanni Gentile dedica alla relazione Tutto-parte e al destino, certo misero, in cui incorre la parte quando si distacca dal Tutto. Volendo si potrebbe anche innervare una discussione circa il rapporto tra concreto e astratto…Appunto, volendo.] Ma, pur sfuggendo alla ghigliottina logica – che implica uno studio faticoso a cui si è poco avvezzi di questi tempi – e pur deprecando la solita ansia di scissione “alla ricerca del tempo perduto della purezza”, restano inspiegabili le dimissioni di Cuperlo. Diano esse vita o morte all’ennesima scissione. Il punto è questo – più o meno -: nell’atto di accettare la carica di presidente, non era a conoscenza che il nuovo gruppo dirigente aveva ricevuto un mandato specifico dagli elettori alle primarie? Tutto si può dire di Renzi tranne che manchi di franchezza. Ma, si dice: il suo atteggiamento è arrogante. Sarà pure. Ma quando s’inizierà a capire che in democrazia le maggioranze – democraticamente elette – dettano la linea alle minoranze? [Capisco la brutalità del domandare ma, francamente, a un certo punto ci vuole la risolutezza del decidere…altrimenti perdiamo altri anni in eterne parole.] Insomma, On. Cuperlo non ci ripensi. Il sol dell’avvenire della scissione è a portata di mano. Anche stavolta.

[II] Segreteria regionale PD.

Al momento sono tutti in attesa, in fermento e ovviamente in riunione. Non manca nessuno all’appello: i renziani della prima e della seconda ora, i cuperliani di oggi già bersaniani di allora – e i bersaniani di allora già renziani di oggi – i civatiani e i lettiani. A latere c’è la distinzione geografica tra chi aspetta la parola risolutiva da Roma e chi pretende la stessa parola dalla Campania. Tra quelli che se non organizzano un tavolo ben rappresentativo nella Capitale vivono la sconfitta di non essere commissariati e quelli che un tavolo più ristretto lo vorrebbero organizzare in Campania vivendo il dramma della possibile non ratifica a Roma. Insomma è tutto un discorso sulle negazioni, sull’assenza, sulle contraddizioni. Un tempo si diceva aporie: sentieri ostacolati da macigni. E dunque occorre trovare tratturi mai battuti, un po’ tortuosi, nella speranza che la matassa trovi la sua ordinata ricomposizione. [Lo scrivente, ovviamente, per vecchie letture sedimentate, è ben lungi dall’accogliere istanze moralistiche. Del tipo: quali idee del PD si stanno ragionando e combattendo? O l’arcaico ricorso all’ascolto dei territori. Attualmente – confesso senza ironia – sono favorevolmente sorpreso dallo sforzo di fantasia che tutti stanno mettendo in campo. Indipendentemente dalla presa o ripresa del “potere” tale sforzo va segnalato come elemento forte di vitalità del PD regionale. Visti i tempi, non è poco.]

lunedì 20 gennaio 2014

Renzi - Berlusconi.

Il problema è che il buon senso, tra politici e commentatori, oramai è merce rara. L’incontro Renzi – Berlusconi non riabilita i guai giudiziari del secondo, né modifica i guasti compiuti negli ultimi vent’anni. Né fa perdere al PD un grammo della superiorità morale di cui pure si è ammantato. Per un semplice motivo in politica non si dà superiorità morale. Si dà, cosa più terra-terra, onestà dei politici: la trovi a destra a sinistra al centro…tra i grillini. Come può succedere che non la incontri mai. Veniamo alla pura e semplice banalità: in una situazione emergenziale come l’attuale due rappresentanti politici s’incontrano per modificare legge elettorale e qualcosina della costituzione. Punto. Grillo, ovviamente, grida allo scandalo: si vede che la nuova presunta legge elettorale fa perdere voti al pianeta Gaia. La butta in purezza, morale, etica…solite cose. Berlusconi, invece, si sente padre costituente: poteva esserlo già vent’anni fa. Renzi, ultimo arrivato, sta solo provando a fare il suo mestiere. Il resto è fuffa.

domenica 5 gennaio 2014

Difendere i renziani dal renzismo.

Non è in questione il fatto che nel PD ormai si sia tutti renziani. Né la distinzione tra ortodossia e interpretazioni postume: tra quelli – sottoscritto incluso – che nel 2012 votarono Renzi alle primarie e quelli – la maggioranza dei dirigenti – che da pochissimo sono saliti o scesi sul e dal carro del vincitore. Sarebbe, questa, la tipica discussione tra risentiti: invocare primogeniture non conveniva già nella Bibbia…E’ in discussione invece il rischio concreto che, nascondendosi tutti sotto il mantello del “renzismo”, alla fine ogni singola componente perpetui indisturbata la stantia lotta per emergere sulle altre. Sia chiaro: è normale che tra proposte diverse una prevalga sulle restanti. Ciò che invece non deve – dovrebbe – accadere è la riduzione del PD “a fazioni e bande prive della volontà del bene comune”. [Si cita Benedetto Croce (1938) giusto per dimostrare che oltre a Fabio Volo c’è dell’altro…] Insomma, se il renzismo è il parafulmine per asfissianti diatribe che, tra le tante cose, sono giustamente interpretate dal popolo come mera lotta per aggiudicarsi singole posizioni di potere…e allora alcun tipo di cambiamento è possibile. Se, al contrario, esso è il ripensamento e la distruzione di vecchie pratiche partitiche può aprire una fase nuova nel partito e nel Paese. Insomma, nel 2012 si ragionava di questo. [In bocca al lupo a Bersani]

sabato 4 gennaio 2014

Le élites e i partiti politici.

Per Carlo Galli (2012) il contrassegno negativo delle élites italiane è “il particolarismo, cultura vuota ed esornativa, apoliticismo oppure scarsa lungimiranza politica, illegalismo”. Contrassegnate in questo modo – potrebbe giovare un confronto con “L’eclissi della borghesia” di De Rita e Galdo (2011) – si giustifica la riluttanza delle stesse non tanto a esercitare una funzione direttiva quanto a esercitarla mirando a soluzioni utili per il Paese. La diagnosi esprime una piaga italiana: se per costituzione le élites s’interessano solo e esclusivamente al bisogno corporativo, esse rappresentano un ostacolo per la tangibile efficacia del sistema democratico. Fin qui nulla di nuovo. Verrebbe voglia – solo per celia – di complicare la situazione descritta: cosa accade quando i gruppi dirigenti dei partiti politici si costituiscono e agiscono come l’élites poc’anzi richiamate? Chiariamo: la storia italiana ha conosciuto corporazioni che di volta in volta scelgono o non scelgono rappresentanza politica in base a interessi particolari. Ma, la storia degli ultimi vent’anni ha dimostrato che i partiti politici – che per definizione dovrebbero mirare a costruire proposte condivise – hanno agito nella pratica come corporazioni interessate solo al bene della singola ditta. Insomma se il partito è diventato ditta il passaggio ulteriore è naturale: ogni ditta si è giovata di un suo cerchio magico che ha lottato per la sopravvivenza e per l’espansione della ditta non del Paese. Se il partito ha volontariamente abdicato alla sua funzione: proporre un disegno valido per l’Intero non per la Parte è ovvio che il termine adatto per definirlo non è ditta ma Casta. Non una delle tante: ma le poche che hanno la responsabilità di guidare il paese a tutti i livelli. Come siamo stati guidati e amministrati conviene tacerlo per bontà di Patria.

venerdì 3 gennaio 2014

Aldo Moro...e il Partito Democratico.

Nel 1976 lo statista riconosce alla Democrazia Cristiana – e implicitamente al Partito Comunista – di aver sottratto grandi masse “a tentazioni reazionarie e condotte a costruire un sistema democratico avanzato. Si è fatto così un passo nel senso della liberazione, abbastanza nuovo nella storia d’Italia.” La tentazione reazionaria, per Moro, si annida non tanto nei partiti che all’epoca si professavano di destra quanto in uno spirito individualista trasversale a tutti i partiti. Quello spirito incline a riflettere il solo particulare che si sottrae a promuovere impegnative proposte collettive e che vive lo Stato – nella sua positività – come un peso anziché come risorsa…Malgrado il richiamo a Moro è un richiamare in vita l’archeologia più che la storia – almeno per la nostra generazione precaria nel sapere e cresciuta a pane e telefilm americani…per non parlare della musica – ecco malgrado questo appare evidente che l’ancora incompiuta democrazia italiana non può – almeno nella classe politica – dimenticare lezioni passate che aiutano a capire il presente. Fondamentalmente, oggi lo spirito reazionario in Italia soffia più che mai. E’ massicciamente presente nei cittadini stellati a 5 e nella rinnovata Forza Italia d’opposizione. Le parole d’ordine di Grillo spingono a fratturare anziché a costruire soluzioni condivise. Certo, la decrescita è un obbiettivo raggiunto…certo non per merito di Grillo. E’ un movimento, il 5 stelle, che vive solo in uno “stato di necessità e emergenziale” . Come Forza Italia: solo delegittimando le istituzioni riescono a mantenere il consenso. E dunque tocca al PD sostenere e incrementare gli spazi di reale democrazia in Italia. Certo: per attrarre nuove e grandi masse c’è bisogno di una classe dirigente rinnovata, di una proposta concreta e seria, e – nessuno si rabbui – c’è bisogno che il terminale delle decisioni – democraticamente eletto – sia riconoscibile dai cittadini e che con forza eserciti il potere decisionale. Non c’è spazio per le eterne mediazioni.